In Clemenza di Tito c'è una scena dove noi dobbiamo entare come un po' sopraffatti dal luogo in cui ci troviamo, come se entrassimo nel pantheon per la prima volta in vita nostra e fossimo rapiti dalla luce particolare, dalla sacralità del posto e cose così. Poi ci dobbiamo inginocchiare e dobbiamo stringere al petto o guardare con fervore religioso un'immagine di Tito, che però è un cartoncino nero che ci hanno dato i tecnici dove non c'è rappresentato proprio niente, e lì iniziamo a cantare, rivolgendoci a questo essere per noi sovrannaturale, in cui riponiamo tutte le nostre speranze. Poi arriva Tito e noi sentiamo la sua voce e ci sembra che si stia per compiere un miracolo: sentiamo la voce, guardiamo l'immagine facendo finta che sia davvero ritratta sul cartoncino nero, e pensiamo che sia un miracolo che quell'immagine che facevamo finta di guardare si stia materializzando, e così allora guardiamo lui direttamente e speriamo, crediamo per un momento che tutto si possa risolvere, che la vita abbia un senso, e cantiamo verso di lui in carne e ossa, non più all'immagine, e per quel momento crediamo davvero che tutto si risolverà, tutto nel mondo, tutto nelle nostre vite. Io sono lì, inginocchiata a terra, guardo il mio cartoncino nero, lo stringo al petto e cerco proprio di crederci che tutto si risolverà, e per un momento ci credo davvero e penso che sono fortunata a fare un lavoro dove mi pagano per avere una speranza o per far finta almeno di averla per un attimo nella vita.
Però poi quando attacca a cantare il tenore della seconda compagnia, bè , sento solo che ho le ginocchia a pezzi e non vedo l'ora di alzarmi, e ogni speranza svanisce.
Però poi quando attacca a cantare il tenore della seconda compagnia, bè , sento solo che ho le ginocchia a pezzi e non vedo l'ora di alzarmi, e ogni speranza svanisce.
