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Emma è una che è stata educata dalle suore e che in convento leggeva di nascosto i romanzi pieni di amori, di amanti, di dame perseguitate, di chiari di luna, che poi logico che si monta la testa. Una sognatrice, una che passa la maggior parte del suo tempo alla finestra a guardar fuori e a immaginarsi una vita diversa. Una depressa cronica, anche. Come vada tra lei e suo padre quando lui le chiede se le sta bene di sposare Charles Bovary non lo sappiamo. Sappiamo che acconsente perché suo padre era d’accordo che se diceva di sì avrebbe spalancato le persiane così che Charles da lontano potesse sapere com’era andata, e le persiane le spalanca. Si sposa perché crede che il nervosismo che le procurano le visite di Charles sia l’amore che leggeva sui libri, e che l’ansietà di provare un nuovo stato della vita, cioè quello di donna sposata, sia la passione che provavano le sue eroine dei romanzi romantici. E così si ritrova a vivere in un paesino di campagna, a sognare invano una luna di miele in paesi esotici e un marito in giacca di velluto nero. Invece Charles ”non sapeva nuotare, non sapeva tirare di scherma né usare la pistola e nemmeno spiegarle un termine d’equitazione in cui si era imbattuta in un romanzo”. Ma chi cazzo si era sposata? Uno che non sapeva niente e non sperava niente, che stava lì a guardarla estasiato mentre lei dipingeva o suonava il piano che le faceva solo venire il nervoso e infatti dopo un po’ smette di disegnare e di suonare e rimane lì ore e ore a guardare fuori dalla finestra. Lei sognava l’assoluto, l’ideale e si ritrovava nel letto uno che si metteva il berretto da notte di cotone e che andava in giro con certe scarpe da poveraccio, si ritrovava a vivere a Tostes, in una casa dove dalla cucina sentiva i pazienti scatarrare nello studio del marito mentre l’odore del minestrone si spargeva per tutta la casa: non era esattamente quello che sognava. Anche la suocera poi non scherza: trova da ridire su tutto. Trova che Emma si crede di essere una marchesa, da quanta legna fa bruciare per scaldare la casa, e quante candele e quanto zucchero usa e ogni giorno glielo sbatte in faccia che lei NON è una marchesa. Una sola cosa le capita di bello, grazie al suo matrimonio, ed è quella di essere invitata al ballo dei Vaubyessard, che li invitano perché Charles ha curato il padrone del castello. Puoi capire, un vero ballo in un vero castello da dei veri nobili! Lei non sfigura, anzi, sa anche come comportarsi. Anche Charles è contento. Lei è davvero felice e Charles è contento della sua felicità, anche se poi quando lui le dice qualcosa a proposito del ballare lei lo secca subito: “Tu, ballare? Non scherziamo!”, e infatti lui non ballerà, starà lì a guardare sua moglie ballare con altri, ma senza arrabbiarsi, anzi, pensando persino che abbia ragione lei. A lei piacerebbe una vita così: i balli, il teatro, magari Parigi… Però poi ritornano nella loro casa mediocre, alla loro vita mediocre, e lei tanto per cambiare si mette a guardare fuori dalla finestra il giardino, con la statua del curato che ha già cominciato a perdere i pezzi, lei chiusa nella mediocrità di essere la moglie di un medico sfigato e incapace, uno senza ambizioni, che fa rumore mentre mangia, che la adora perché non la capisce, o forse proprio perché è così distante. Come non cadere nella depressione, quando sai che la tua vita sarà quella e basta, che ogni sera ti metterai a tavola per cenare con uno che ti racconta dei catarri dei suoi pazienti mentre si pulisce i denti con la lingua, quando capisci che non ti inviteranno mai più al ballo annuale alla Vaubyessard, dopo che hai passato tutto l’anno ad aspettare l’invito, e quando ormai anche il ricordo di quel ballo al quale hai pensato per tutto l’anno, unico pensiero che ha dato un senso alle tue giornate, svanisce irrimediabilmente che per poter credere che fosse vero e non solo una tua fantasia devi andare a toccare il portasigari che Charles aveva trovato per terra e che credeva, povero scemo, di potersi tenere lui?